
Il podcast di don Andres Bergamini
La mitezza di Gesù è la forza con cui Dio ci raggiunge. - Omelia domenica XXVII TO anno A BVI prefestiva catechismo
La parabola della vigna e le scelte del padrone Ci soffermiamo ancora una volta sull’immagine della vigna, che Gesù utilizza per parlare del Regno di Dio. Notiamo innanzitutto qualcosa di sorprendente: il padrone della vigna sembra fare tutto bene all’inizio, ma poi compie una serie di scelte che, secondo i nostri criteri, appaiono poco comprensibili. Il padrone sceglie con cura il terreno, pianta la vigna, prepara il torchio per poter pestare l’uva e produrre il vino, costruisce una siepe e organizza ogni cosa nel modo migliore. Si impegna perché la vigna possa dare frutto. Eppure, proprio qui emerge il primo problema: non sa quale sarà il risultato del suo lavoro. Ha piantato una buona vigna, ha fatto tutto ciò che era necessario, ma non può sapere se essa produrrà uva buona. Comprendiamo così che, una volta compiuto tutto ciò che dipende da lui, il padrone deve lasciare spazio a qualcosa che non può controllare completamente. La vigna, in qualche modo, non dipende più soltanto da lui. Il secondo errore: affidare la vigna a contadini egoisti Il secondo elemento che ci sorprende è la scelta dei contadini. Il padrone avrebbe potuto continuare a lavorare personalmente nella vigna, ma decide invece di affidarla ad altre persone. Chiede loro di lavorarla e stabilisce semplicemente che, al momento opportuno, gli consegnino i frutti. I contadini, però, dimenticano che la vigna non appartiene a loro. Vogliono impossessarsi di ciò che hanno ricevuto in affidamento. Diventano egoisti e violenti: quando arrivano i servi del padrone a chiedere i frutti, uno viene picchiato, un altro viene ucciso e un altro ancora viene lapidato, cioè colpito con le pietre fino alla morte. Ci troviamo davanti a una violenza assurda. La vigna è stata ricevuta come un dono e come una responsabilità, ma i contadini trasformano ciò che hanno ricevuto in qualcosa da possedere esclusivamente per sé. Il terzo gesto incomprensibile: mandare il Figlio A questo punto arriviamo alla scelta che sembra ancora più assurda. Il padrone sa ormai che i contadini sono violenti e sanguinari. Eppure decide di mandare il proprio Figlio. Dal nostro punto di vista verrebbe da dire che il padrone non è molto furbo: dopo aver visto che i servi vengono picchiati e uccisi, perché dovrebbe mandare proprio il figlio? Eppure Gesù ci fa comprendere che proprio questa scelta apparentemente incomprensibile rivela il modo di agire di Dio. Il Figlio del padrone è Gesù. Dio lo manda nella sua vigna non con la forza, con le armi o con la violenza, ma con una presenza mite, inerme e gentile. Gesù non arriva per imporsi, ma per essere accolto. Dio sceglie la mitezza Comprendiamo così che Dio ha uno stile completamente diverso dal nostro. Dio non sceglie la violenza. Il suo modo di agire è mandare il Figlio. Il padrone pensa: «Avranno rispetto per mio figlio». A prima vista potrebbe sembrare ingenuo, perché Dio conosce bene il cuore degli uomini. In realtà Dio sa perfettamente che gli altri metodi, quelli fondati sulla forza e sulla violenza, non portano alla vita. Per questo continua a puntare sul rispetto, sulla relazione, sulla presenza e sull’amore. Dio vuole farci comprendere quanto sia preziosa la vigna e quanto siamo preziosi noi. Siamo talmente importanti per lui che è disposto a mandarci il suo stesso Figlio. E sappiamo dove conduce questa scelta: il Figlio finisce sulla croce. Dio accetta persino questo rischio perché desidera raggiungerci nel punto più profondo del nostro cuore e trasformarci. La nostra vita è la vigna affidata da Dio La parabola diventa così un’immagine molto concreta della nostra vita. Tutto ciò che siamo lo abbiamo ricevuto da Dio. La nostra vita, la nostra famiglia, i nostri genitori, le nostre capacità, le persone che amiamo e tutti i doni che abbiamo ricevuto sono come una vigna affidata alle nostre mani. Possiamo essere orgogliosi dei nostri frutti e del bene che riusciamo a realizzare, ma dobbiamo anche riconoscere che non tutto viene da noi. Possiamo dire con gratitudine che abbiamo contribuito a far crescere ciò che abbiamo ricevuto, ma dietro i nostri doni c’è sempre anche l’opera del Signore. E, nello stesso tempo, non possiamo sapere in anticipo quali frutti produrrà la nostra vita. Possiamo impegnarci, fare del nostro meglio, prenderci cura della vigna che ci è stata affidata, ma non tutto dipende da noi. Dio non perde la speranza nemmeno davanti alla nostra fragilità La parte più sorprendente della parabola è che Dio continua ad avere fiducia anche quando noi siamo poco efficaci, egoisti o persino cattivi. La nostra risposta può essere deludente, ma Dio non abbandona la sua vigna. Anzi, proprio quando tutto sembra fallire, manda il Figlio. Gesù non viene con un fucile o con un bastone per costringerci a obbedire. Viene semplicemente con la sua presenza. È mite, gentile, disarmato. Dio continua a credere che la presenza del Figlio possa cambiare il nostro cuore. Per questo anche noi siamo chiamati a non scegliere la strada delle armi, delle pietre e della violenza. Siamo chiamati invece ad accogliere il Figlio e a dirgli: «Vieni, questa è la tua vigna. Lavoriamola insieme. Guarda ciò che abbiamo prodotto e accettalo come dono». L’Eucaristia: accogliere il Figlio nella vigna Ci chiediamo allora perché siamo riuniti. Siamo qui perché nell’Eucaristia il Figlio viene realmente in mezzo a noi: attraverso la sua Parola e attraverso la sua presenza nel Sacramento. Anche tutto il cammino del catechismo può essere letto alla luce di questa parabola. Catechizzarci significa imparare a riconoscere il Figlio, conoscerlo, ascoltarlo e accoglierlo. È come dirgli: «Presentati a noi, raccontaci chi sei, facci conoscere come sei fatto. Noi vogliamo conoscerti e accoglierti». Non vogliamo soltanto sapere qualcosa su Gesù: vogliamo stare nella vigna insieme a lui, imparando a vivere con lui e lasciandoci trasformare dalla sua presenza. Imparare lo stile del Figlio nelle difficoltà Accogliere Gesù significa anche imparare il suo stile nelle situazioni difficili della nostra vita. Non possiamo pensare che, una volta accolto il Figlio, scompaiano automaticamente le persecuzioni, le fatiche, le difficoltà, i litigi e le situazioni dolorose. Queste realtà continuano a esserci. Ma noi possiamo imparare da Gesù come entrarci e come viverle: con la presenza, la mitezza, l’accoglienza e la capacità di rimanere accanto alle persone. Il Figlio ci insegna a non rispondere alla violenza con altra violenza. Ci insegna piuttosto a essere presenti, a sopportare le fatiche e ad accogliere la vita che ci viene affidata. La vigna del Signore è quindi la nostra stessa esistenza: una vita che siamo chiamati a ricevere, custodire e restituire con frutti buoni. San Petronio: una vigna che ci rende comunità Concludiamo con gratitudine, anche nel giorno della festa di San Petronio, che ci fa sentire ancora più uniti come Chiesa e come città. In questa festa possiamo riconoscerci tutti dentro la stessa vigna: una vigna nella quale Dio ci ha coinvolti e nella quale ciascuno di noi è protagonista. Siamo chiamati a vivere non come proprietari egoisti, ma come persone alle quali è stata affidata una parte preziosa della vita. Possiamo così sentirci più uniti tra noi e più uniti al nostro Vescovo, riconoscendo che la vigna del Signore è il luogo nel quale siamo chiamati a lavorare insieme, ad accogliere il Figlio e a portare frutti di comunione, di mitezza e di amore.

